Sono le 8 di mattina ed è ora di salutare Eriko e Mariko. Riesco a farmi dare un passaggio fino a Toyako dove avrei iniziato la mia lunga giornata di autostop, piove e il mio zaino pesa un quintale (pensavo di averlo alleggerito ma non si direbbe). Non passa molto tempo, forse mezz’ora, ed ecco la prima macchina che si ferma: una signora sulla cinquantina (riuscire a beccare l’età di una persona giapponese è veramente raro, quindi penso avesse circa quell’età ma non ne sono affatto sicuro). Devo riuscire ad arrivare ad Assabu, una cittadina sperduta nel nulla dove mi avrebbe ospitato Jeremy, un ragazzo americano che insegna inglese in Giappone da un paio d’anni (l’ho conosciuto al barbecue sul lago Toya). Per arrivarci devo per forza passare da Hakodate: inizia l’avventura! Non mi ricordo assolutamente i nomi delle cittadine in cui sono stato scarrozzato, quindi non sto qui ad elencarle, così come non mi ricordo i nomi delle prime due persone che mi hanno dato un passaggio. Fatto sta che dopo aver aspettato quasi tre ore sotto la pioggia, ho avuto la fortuna di trovare una persona dietro l’altra, disposte tutte quante a lasciarmi in punti abbastanza strategici per continuare a fare autostop. Otto ore con sei persone diverse per percorrere solamente 143 km. Un record direi.

Una volta arrivato ad Assabu, mi accoglie calorosamente il mio amico americano, gli racconto com’è andata e poi collasso in un sonno profondo. Qui non c’è molto da fare, se non grandi passeggiate tra le montagne e lungo la costa (abbastanza brutta). Il giorno dopo mi dirigo in bicicletta verso Esashi, il paesino affianco. Noto il numero elevato di case abbandonate nei dintorni e mi viene in mente una cosa che mi aveva detto Phill, il ragazzo canadese ospitato da Eriko a Toyako: ai giapponesi piacciono molto le cose vecchie ed antiche, per questo una volta che non la si usa più, la si lascia li ad invecchiare (si chiama wasi-sabi).

Passo le mie giornate passeggiando tra le risaie e le montagne nei dintorni, senza avere troppi pensieri in testa. Come si sta bene in Giappone.

Grazie a Jeremy trovo un paio di palestre dove arrampicare e passo un paio di giornate a fare un pò di rock climbing. Per finire, riesco ad imbucarmi (sempre grazie a Jeremy) alle prove di un gruppo di percussionisti di Taiko (tipiche percussioni giapponesi).

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Sono Michael, un ragazzo avventuroso e con la voglia di scoprire, esplorare e condividere nuove emozioni ed esperienze. Dopo aver concluso gli studi liceali, ho iniziato quelli universitari a Milano, sotto la facolta’ di sociologia, rendendomi conto però che non era la mia strada. Ho deciso cosi’ di mettere un po’ di soldi da parte iniziando a lavorare, per partire in viaggio nel 2012 (inizialmente sarebbe dovuto durare 3 mesi) e scoprendo così la mia vera natura, quella del viaggiatore. Non mi ritengo uno scrittore nato, per questo ho sempre negato a me stesso la possibilità di creare un blog, ma la voglia di condividere e il desiderio di motivare persone di qualsiasi età, come me, stufe della monotonia e vogliose di vedere cosa c’è al di la’ della vita quotidiana, mi hanno spinto ad aprire Vita da Backpackers!