Sono sull’aereo e mancano pochi minuti al decollo. Ho l’ ansia e la smania di arrivare e i pensieri non fanno altro che invadermi la testa: come sarà? Mi troverò bene? Me la caverò? Come farò con la lingua? Sarà buono il cibo? E se non mi dovessi trovare bene? Ormai è tardi Michael, dovrai arrangiarti in un modo o nell’altro. Sarà un lungo viaggio: ventisei ore con due scali, uno a Doha (Qatar) e uno a Tokyo. Ecco i motori che si accendono. Si parte. Durante il viaggio guardo film, dormo, mangio, vado in bagno e leggo qualcosa giusto per ammazzare il tempo. Arrivo a Doha dopo cinque ore e faccio le corse per non perdere la coincidenza. Dopo altre tredici ore di volo arrivo a Tokyo: sono finalmente arrivato in Giappone! Dai che ormai manca poco: altre sei ore di attesa, più due di volo. Poco è abbastanza relativo, ma il fatto di essere in territorio giapponese mi emoziona e non mi ci fa pensare. Scopro che il mio zaino non ha fatto in tempo ad essere imbarcato a Doha ed iniziano così i primi problemi. Mancano quattro ore all’imbarco, lavoro un po’ al pc e giro per l’aeroporto, sperando che il tempo passi più alla svelta. Tre ore all’imbarco. Un’ora all’imbarco. Ci siamo! Le due ore successive passano come fossero minuti. Sono le otto di mattina e a Sapporo mi aspetta un freddo inaspettato, ma per mia fortuna, ho la giacca nel bagaglio a mano. Le due sorelle che mi avrebbero ospitato con Couchsurfing, mi sarebbero venute a prendere all’una davanti alla fermata della metro Kita 18 Jo. Vi lascio immaginare quanto tempo abbia speso nel trovare questa maledetta fermata. Pochissime persone parlano l’inglese e io faccio una fatica disumana per farmi capire. Ho cinque ore di tempo per trovarla, penso bastino. Camminando per strada, mi rendo subito conto di quanto la città sia pulita e silenziosa. La gente cammina a passo svelto e deciso, ma senza emettere rumore e la maggior parte di loro è vestita molto elegante: i maschi sono quasi tutti con camicia, cravatta, giacchetta e valigetta in mano, probabilmente vanno e vengono dal lavoro. Ai miei occhi paiono tutti uguali, come fossero dei copia-incolla. Cammino per circa tre ore per poi fermarmi in un bar per pranzare. Dopo aver capito dove dover andare, mi avvio verso la fermata della metro dove mi sarei incontrato con Mary, una delle due sorelle. Mary ha un aspetto buffo, come la maggior parte dei giapponesi penso, ma si rivela da subito, pur avendo un inglese scarso, molto accogliente e gentile. Mi mostra casa sua, dove avrei alloggiato per quattro notti: un monolocale piccolissimo con un bagno nel quale ci entro a malapena. Come faranno a vivere qua in due? Ok che sono piccole di statura, ma questi spazi sono minuscoli.

Il pomeriggio lo passo con lei: mi mostra dove studia, mi presenta qualche suo amico e mi fa vedere un po’ la città, ma solo la parte di periferia. Sono stanco e le chiedo di andare a casa per potermi riposare un po’. So già che per i primi due giorni avrò l’orario sballato dal fuso orario, così cerco di non addormentarmi: resisto circa cinque minuti e poi collasso. Mi sveglio verso le otto di sera e la cena è già pronta: riso e pollo al curry cucinato dalla sorella Yurina.

Il giorno dopo Mary mi accompagna a comprare un hard disk che mi sarebbe servito per metterci su le foto, prendiamo la bici e ci avviamo. Arriviamo in questo centro commerciale chiamato “Big Camera”, un edificio enorme, come d’altronde, tutti gli edifici che si trovano a Sapporo. Qui mi perdo negli innumerevoli scaffali pieni di qualsiasi cosa: macchine fotografiche, cover per cellulari, radioline, telescopi, borse, auricolari e mille altri oggetti. Ed è solo il primo piano. Eh si, questo posto ne ha ben 11. Provate a pensare a un qualsiasi oggetto…bene, da qualche parte sicuramente c’è. Naturalmente ci impegniamo più di un’ ora a comprare l’hard disk, nessuno spiaccica una parola d’inglese e la mia interprete (Mary) non è molto d’aiuto dato che lo capisce anche lei a malapena. Una volta comprato l’hard disk ci avviamo verso il centro e il quartiere Susukino, una delle zone più movimentate della città e anche un famosissimo quartiere a luci rosse. Passiamo la giornata girando per la stazione di Sapporo, l’Odori Park e il Nakajima Park. La sera mi preparano il “Takoyaki”, una specie di dumpling con dentro polpo e verdure.

Nei due giorni successivi mi prestano la bici per andare in giro, dato che loro sarebbero dovute andare a lavoro e non avrebbero potuto accompagnarmi. Mi rilasso nel giardino botanico, ammiro i ciliegi nell’Hokkaido Governament Office, bevo una birra con un gruppo di giapponesi conosciuti nel Maruyama Park e vivo un po’ la vita notturna tra l’Odori Park e Susukino. Tutto questo naturalmente, perdendomi almeno una ventina di volte. A casa delle sorelle mi aspetta una bella sorpresa: il mio zaino è finalmente arrivato! Ora mi posso anche cambiare maglietta.

Arriva il momento di cambiare couchsurfer e di salutare le due sorelle, così mi trasferisco a casa di un altro couchsurfer chiamato Bungo. Anche lui ha un aspetto buffo. Casa sua è ancora più piccola di quella delle sorelle, non c’è nemmeno lo spazio per due materassini, quindi lui dormirà nel piccolissimo corridoio che c’è all’ingresso. Bungo lavora in un’enoteca in stazione e mi racconta la sua passione per i vini, soprattutto quelli europei. Ha una conoscenza dell’inglese nettamente superiore di quello di Mray e Yurina, questo mi aiuterà a capire meglio quello che mi succederà attorno. Il giorno successivo lo passiamo al Moerenuma Park, dove noleggiamo una bici e ci raccontiamo episodi della nostra vita. Il parco non è molto attraente, non ha nulla di particolare, se non due collinette abbastanza ripide con una stradina per arrivare in cima. Da una di queste si ha una bella vista sulla città, peccato per il brutto tempo che ci ha impedito di starci per più di cinque minuti. La sera ci sbronziamo con uno dei tanti vini della sua collezione privata che ha in casa. Ogni sera per lavoro, Bungo deve assaggiare e studiare i vini per conoscerli al meglio possibile, in questo modo potrà dare tutte le informazioni necessarie ai clienti. Che brutto lavoro!

Un’altra giornata finisce, senza troppi pensieri nella testa, ma con una gran voglia di continuare questo viaggio appena iniziato.

Sono pronto per lascriare Sapporo dopo una settimana piuttosto intensa.

Saluto Bungo e mi dirigo verso la road 230, la strada principale, per fare autostop: destinazione Toyako!!!

 

 

 

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Sono Michael, un ragazzo avventuroso e con la voglia di scoprire, esplorare e condividere nuove emozioni ed esperienze. Dopo aver concluso gli studi liceali, ho iniziato quelli universitari a Milano, sotto la facolta’ di sociologia, rendendomi conto però che non era la mia strada. Ho deciso cosi’ di mettere un po’ di soldi da parte iniziando a lavorare, per partire in viaggio nel 2012 (inizialmente sarebbe dovuto durare 3 mesi) e scoprendo così la mia vera natura, quella del viaggiatore. Non mi ritengo uno scrittore nato, per questo ho sempre negato a me stesso la possibilità di creare un blog, ma la voglia di condividere e il desiderio di motivare persone di qualsiasi età, come me, stufe della monotonia e vogliose di vedere cosa c’è al di la’ della vita quotidiana, mi hanno spinto ad aprire Vita da Backpackers!